mercoledì 14 giugno 2017

Shadow of the colossus - il ritorno di un capolavoro senza tempo



Poche ore fa è stato annunciato a sorpresa un remake di questo stupendo gioco uscito originariamente su ps2 nel lontano 2005, già  rimasterizzato insieme a ICO in una collectors uscita su ps3 nel 2011. Shadow of the colossus è un gioco che personalmente ho adorato come in ben poche altre occasioni, in grado di suscitare emozioni davvero incredibili e indelebili.



Alla sua uscita originaria il gioco arrancava terribilmente sul fronte tecnico, con un frame rate ai limiti della decenza, texture di bassa qualità, e scatti a profusione. Eppure questo non impedì all'epoca a chi seppe avere la lungimiranza di non farsi scoraggiare dalle prime apparenze, di essere trascinato in un mondo meraviglioso e sognante, fatto di immensi colossi, principesse da salvare, combattimenti a dir poco epici e una atmosfera di completo abbandono, il tutto accompagnato da una colonna sonora tra le più memorabili mai sentite in un videogioco, e non solo. L'epopea di Wander, il cavaliere errante quasi per definizione, ci trascinava nella forbidden land alla ricerca di ben 16 colossi, creature magiche da abbattere per ottenere i favori dell'entità misteriosa chiamata Dormin, affinché riportasse in vita Mono, la nostra principessa, forse uccisa in un sacrificio rituale.

 Il gioco era, in fondo, molto ripetitivo: in pratica si vagava in sella al proprio destriero, Agro, per le sconfinate terre dei colossi guidati dal raggio emesso dalla nostra spada magica, quando colpita dal sole, che indicava la posizione dei giganti da abbattere. Nel tragitto non vi era null'altro da fare; abbandonati in una desolante solitudine, con solo lucertole e aquile a farci compagnia di tanto in tanto, ci si perdeva in misteriose contemplazioni di antiche costruzioni che sembrava avessero una storia da raccontare, sepolta solo dal passare dei secoli. Nessuna musica accompagnava il nostro peregrinare, solamente lo sbattere degli zoccoli del nostro cavallo sul terreno tentava di levarsi oltre l'incessante silenzio del mondo di gioco. Ma una volta raggiunto uno dei colossi la musica cambiava. Letteralmente. Tutto diventava epico, una musica strepitosa ci dava la carica per assaltare il nostro nemico, enorme, e noi poco più che una pulce al suo cospetto; una volta affondato l'ultimo colpo si assisteva a una scena che era quasi l'opposto di ciò che ci aspettavamo. La musica diventava triste e cupa, quasi a sottolineare la colpa di un grave peccato, e subito dopo delle ombre nere ci catturavano, riportandoci nel santuario al cospetto del letto di morte di Mono. 

Il dubbio dunque ci assaliva: eravamo in torto o ragione? chi era realmente malvagio? forse nessuno, dovevamo solo portare a compimento la nostra missione, nient'altro importava, buoni o cattivi non faceva differenza. Queste erano in sintesi le emozioni che questo gioco sapeva suscitare in chi avrebbe avuto la pazienza di lasciarsi guidare per mano in una storia tanto epica quanto ermetica, ma dalla mitologia ben delineata. Fumito Ueda, il director del gioco, in qualche intervista ammise che Shadow of the colossus fosse ambientato nello stesso mondo del precedente Ico, uscito nel 2001, pur essendogli temporalmente antecedente; infatti Wander sarà poi il primo di una stirpe di uomini con due corni sulla testa, probabilmente a monito del peccato commesso da egli stesso secoli prima. 

Un remake a pochi anni dalla raccolta del 2011 non avrebbe senso per qualsiasi altro gioco, ma non in questo caso: Shadow of the colossus è come un grande classico del cinema, da proporre continuamente alle nuove generazioni che non lo hanno mai provato prima; e al contempo un piacere immenso, per chi abbia già avuto modo di perdersi nelle sue terre desolate, avere l'occasione di riprovarlo finalmente libero da ogni problema tecnico, nella magnificenza dei 4k e delle nuove tecniche grafiche moderne. Non vedo l'ora.

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